Nel Cairo, la città degli spazzini | Reportage

Da Roberto

Un Viaggio nella città dove anche i bambini arrivano dal proprio giro nei quartieri con carretti trainati da asini e riempiono i sacchi con i materiali che la propria famiglia ricicla.

Una strada ster­rata in discesa con un lungo muro di mat­toni in ter­ra­cotta da una parte e offi­cine mec­ca­ni­che dall’altra, a mano a mano che ci si adden­tra l’odore acre e pun­gente della spaz­za­tura mischiato al tanfo degli scoli di fogna­tura afferra le narici. Le strade sono piene di bot­ti­glie di pla­stica, di rifiuti orga­nici, di metallo, di vetro, di sac­chi di spaz­za­tura acca­ta­stati sui tetti dei palazzi, la gente che cam­mina sui bordi delle vie non si pre­oc­cupa di fare lo sla­lom tra l’immondizia, in giro si vedono, mac­chine e camion che alzano pol­vere in con­ti­nua­zione in un via vai che non sem­bra avere mai fine.

 

È l’Egitto, Il Cairo, pre­ci­sa­mente Man­cheyya Masr, il quar­tiere degli zib­be­lin (spaz­zini), un agglo­me­rato di circa 4 milioni di abi­tanti che si dedica per la mag­gior parte alla rac­colta della spaz­za­tura, inca­strato tra l’antica Cit­ta­della, il quar­tiere resi­den­ziale del Muqat­tam e la Città dei Morti.

Man­cheyya Masr è una città den­tro la città, dove la vita quo­ti­diana scorre come nel resto de Il Cairo tra mec­ca­nici di strada, for­nai, ali­men­tari, sal­da­tori, por­ta­tori di pane in bici­cletta, donne con i pro­pri figli che pas­seg­giano … l’unica dif­fe­renza sono i sac­chi di spaz­za­tura ai bordi delle strade, sui tetti e den­tro i garage al piano terra dei palazzi dove si pro­cede allo smistamento.

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In mezzo a tutto que­sto caos, agli edi­fici di mat­toni dalle fac­ciate non rifi­nite e ad una quan­tità infi­nita di spaz­za­tura si vedono lavo­rare anche i bam­bini. I pic­coli zib­be­lin, come gli adulti di Man­cheyya Masr, arri­vano dal pro­prio giro nella vasta città de Il Cairo (18 mln di abi­tanti), con car­retti trai­nati da asini riem­piono gigan­te­schi sac­chi di yuta con diversi mate­riali a seconda di quello che la pro­pria fami­glia rici­cla: il ferro, il vetro, la pla­stica o la carta. La sto­ria degli zib­be­lin risale agli anni ’40. Il nonno di Ezzat Naim Guindy, pre­si­dente del Sin­da­cato degli zib­be­lin, fu il primo, pro­ve­niva dal sud ed era andato a Il Cairo in cerca di for­tuna ma come con­ta­dino aveva scarse pos­si­bi­lità di affermarsi.

Come rac­conta Guindy, dagli anni ‘20 le genti delle oasi, i wahayya, gesti­vano la spaz­za­tura, la pren­de­vano diret­ta­mente dalle case e dai negozi die­tro com­penso e la por­ta­vano nel deserto ad essic­care per 15–20 giorni per poi ripor­tarla in città e riven­derla come com­bu­sti­bile dome­stico per i forni. I wahayya non ave­vano un con­tratto e lavo­ra­vano infor­mal­mente. Il nonno di Guindy colse l’opportunità al volo quando sentì par­lare in un cof­fe­shop alcuni wahayya della man­canza di mano­do­pera per la rac­colta dei rifiuti e si offrì di aiu­tarli facendo arri­vare i pro­pri parenti dal sud. Gli zib­be­lin risol­sero anche il pro­blema dei rifiuti orga­nici che il vento dal deserto ripor­tava in città uti­liz­zan­doli come cibo per i maiali per­ché l’80% è cristiano-copto, alle­vare maiali non è proi­bito come per i musul­mani e diventa un modo per sbar­care il luna­rio rispar­miando sul cibo.

Fu così che nac­que il primo inse­dia­mento a Man­cheyya Masr, fatto di tende e di barac­che, solo sul finire degli anni set­tanta furono costruiti interi palazzi con acqua, luce e fogna­ture. Oggi nei piani alti degli edi­fici ven­gono ammas­sate ton­nel­late di rifiuti già rici­clati da ven­dere alle fab­bri­che esterne al quar­tiere, invece al piano terra dei palazzi viene por­tata la spaz­za­tura rac­colta in città, qui le donne e le bam­bine sepa­rano manual­mente i rifiuti orga­nici da quelli indif­fe­ren­ziati. Guindy spiega l’importanza che rico­pre il sin­da­cato degli zib­be­lin nel cer­care di far valere i diritti dei lavo­ra­tori che per la mag­gior parte lavora in nero, per otte­nere una pen­sione e soprat­tutto una pro­te­zione sani­ta­ria. «Il pro­blema fon­da­men­tale per la sepa­ra­zione dei rifiuti orga­nici sono le malat­tie. L’epatite B e C sono le più dif­fuse, ma anche altre malat­tie infet­tive della pelle sono molto comuni. Il con­ta­gio avviene sia durante la rac­colta che durante la dif­fe­ren­zia­zione, pro­prio per­ché il cit­ta­dino non è edu­cato a sepa­rare l’organico dagli altri mate­riali”. Chi ne fa le spese sono le donne del quar­tiere, per­ché loro hanno il tri­ste onere di sepa­rare la spaz­za­tura, infi­lano let­te­ral­mente le mani nei sac­chi, sono le prime a pren­dere malat­tie, e con­se­guen­te­mente a tra­smet­terle ai pro­pri figli. C’è solo l’ospedale della chiesa copta nel quar­tiere e la cli­nica delle suore, entrambi non rie­scono a fron­teg­giare il numero di contagiati».

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Gli zib­be­lin di Man­cheyya coprono nove muni­ci­pa­lità de Il Cairo (West el Balad, Medi­nat Nasr, Al Muqat­tam, Al Kha­lifa, Sayda Zenab e Aisha, Abdin, Shu­bra), da Man­cheyya Masr scen­dono in città circa 65000 spaz­zini e rac­col­gono la stra­to­sfe­rica cifra di 9500 ton­nel­late al giorno su circa 14000 dell’intera metro­poli. Guindy pre­cisa: «Se tutta que­sta mole di spaz­za­tura fosse ammi­ni­strata solo dall’italiana AMA e dalla spa­gnola FCC (che attual­mente gesti­scono per lo Stato egi­ziano parte della rac­colta), si rici­cle­rebbe solo il 20%, men­tre noi, senza un con­tratto, rici­cliamo quasi l’85% cal­co­lando l’organico che diamo ai maiali». Gli zib­be­lin da sem­pre fanno un ser­vi­zio di porta a porta, arri­vando agli ultimi piani dei palazzi più alti, pren­dono in nero men­sil­mente 10 LE ad appar­ta­mento, per­ché for­mal­mente per lo Stato egi­ziano non esi­stono. L’Associazione Spi­rito dei Gio­vani per i ser­vizi dell’Ambiente di Guindy ha spinto gli spaz­zini a creare delle imprese per otte­nere la licenza dallo stato e giu­sti­fi­care così la crea­zione del sin­da­cato. Con­ti­nua Guindy: «Sono 60 aziende con 1380 dipen­denti, nel futuro aumen­te­ranno e quando nel 2017 sca­drà il con­tratto di AMA e di FCC allora saremo pronti a suben­trare alle ditte stra­niere. Abbiamo ini­ziato un pro­getto pilota nei quar­tieri di Dokki e dell’Aguza per­ché si edu­chino i cit­ta­dini a fare la dif­fe­ren­ziata diret­ta­mente in casa, sepa­rando l’organico dall’indifferenziato. Il Mini­stero dell’Ambiente è sov­ven­zio­nato dalla società tede­sca per gli inve­sti­menti GIZ e dagli Emi­rati Arabi Uniti, attra­verso que­ste sov­ven­zioni è il comune de Il Cairo che paga gli spaz­zini. Nel 2017 saranno gli stessi resi­denti che paghe­ranno la muni­ci­pa­lità per impie­gare pic­cole aziende per la rimo­zione e il rici­clag­gio dell’immondizia. Se il pro­getto avrà suc­cesso, verrà esteso ad altri quartieri».

Non tutti gli zib­be­lin vedono di buon occhio il pro­gramma pilota, hanno paura di abban­do­nare moda­lità di lavoro con­so­li­tate, sep­pur ingiu­ste e peri­co­lose, però Guindy è con­vinto che se le otto ditte appal­ta­trici avranno un discreto gua­da­gno allora tutte le reti­cenze scom­pa­ri­ranno. Guindy ha timore che pos­sano esserci degli agi­ta­tori nei due quar­tieri scelti come punto di par­tenza con l’intento di sabo­tare l’intero pro­getto, non lo dice aper­ta­mente, ma punta il dito con­tro le com­pa­gnie stra­niere e il Sin­da­cato uffi­ciale della Net­tezza Urbana de Il Cairo CCBA (Cairo for Cleanse at Beau­ti­fi­ca­tion Autho­rity – www​.ccba​.gov​.eg) che hanno paura di per­dere gli appalti. Guindy spiega meglio: «Siamo coscienti delle pos­si­bili pro­vo­ca­zioni, per que­sto abbiamo creato un forum legale che attra­verso il sin­da­cato difende gli spaz­zini, qua­lora sus­si­stano pro­blemi con la poli­zia il lavo­ra­tore ha una com­pleta pro­te­zione legale da parte di un nostro avvo­cato». Però ci sono molti impren­di­tori che hanno spo­sato a pieno titolo la cause di Guindy e l’azione poli­tica che sta por­tando avanti il sindacato.

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Abu Dahul, è il pro­prie­ta­rio di un’azienda di rici­clag­gio di mate­riali tes­sili, ha 65 anni e da 50 vive a Man­cheyya, Michael Man­duah, 26 anni, padrone di un’impresa di rici­clag­gio della pla­stica, da 15 anni lavora con il padre da cui ha ere­di­tato il posto, rivende ton­nel­late di pla­stica alle imprese nazio­nali. Entrambi sono coscienti delle enormi pos­si­bi­lità che ci sareb­bero riu­scendo a con­trat­tare diret­ta­mente con il governo cen­trale. Guindy illu­stra le con­di­zioni che hanno por­tato alla nascita del sin­da­cato: «La neces­sità di creare un sin­da­cato degli zib­be­lin a Il Cairo è venuta dopo la rivo­lu­zione del 2011. Gli zib­be­lin hanno lavo­rato come spaz­zini in nero fin dal 1944, oggi sono gli appal­ta­tori stra­nieri, AMA e FCC, insieme ai Wahiyyin che con­trol­lano gli zib­be­lin senza dare loro nes­suno share. Que­sto sistema ingiu­sto è durato così a lungo per­ché gli zib­be­lin sono riu­sciti a rica­vare sem­pre qual­cosa dall’immondizia».

Guindy è stiz­zito con le aziende stra­niere, elar­gi­sce sor­risi tesi per­ché è cosciente che ci sono milioni in ballo per gli appalti e il suo sin­da­cato vuole avere la sua parte. Poi spiega meglio le dina­mi­che che hanno per­messo agli zib­be­lin di sop­por­tare per decenni con­di­zioni ingiu­ste: «All’inizio con i resti orga­nici si alle­va­vano ani­mali dome­stici utili al sosten­ta­mento fami­liare e si gua­da­gnava con le mance della rac­colta. Suc­ces­si­va­mente, dagli anni ses­santa, arri­va­rono a Man­cheyya Masr aziende da Mata­reyya, da Bas­sus e da Bah­tim per com­prare mate­riali di scarto: carta, pla­stica, rame, ferro, allu­mi­nio, vetro. Gli zib­be­lin hanno ini­ziato così a ven­dere e a trarre un gua­da­gno che ha per­messo loro di vivere decen­te­mente. All’inizio del 1980 la Cassa di Svi­luppo Nazio­nale, insieme a finan­zia­tori stra­nieri del cali­bro della Fon­da­zione Ford, hanno dato cre­diti con­ve­nienti ai sin­goli zib­be­lin per imple­men­tare un ciclo di rici­clag­gio moderno, per­met­tendo di com­prare l’attrezzatura neces­sa­ria come i tri­tu­ra­tori di pla­stica, i pla­stic gra­nu­la­tor, i com­pat­ta­tori di carta e metallo, i sepa­ra­tori di cotone e di vetro. Gli zib­be­lin rac­col­gono il vetro e la pla­stica e li lavo­rano per rici­clarli e riven­derli alle grandi indu­strie, inol­tre rici­clano i tes­suti sepa­ran­doli per colori e rica­van­done cotone quasi grezzo per fare tap­peti, mate­rassi, borse e vestiti presso la scuola delle ragazze Madra­sat Al Benet». Pur­troppo non esi­ste una mac­china che separi l’organico dall’indifferenziato che evi­te­rebbe il dif­fon­dersi delle malat­tie infet­tive, per que­sto il pro­getto pilota nei rioni di Dokky e dell’Aguza assume un’importanza rile­vante per miglio­rare la vita delle donne di Mancheyya.

Secondo quanto afferma Guindy, la situa­zione degli spaz­zini non sem­bre­rebbe così male, molti cai­roti insi­nuano che la mag­gior parte degli zib­be­lin sia molto ricca. Ovvia­mente c’è l’altro lato della meda­glia: con­di­zioni di lavoro pesan­tis­sime, con ele­vati rischi per la salute dei lavo­ra­tori e dei pro­pri fami­liari, turni mas­sa­cranti e impiego di forza lavoro mino­rile sia per la rac­colta che per la lavo­ra­zione dei rifiuti. Il sin­da­cato degli zib­be­lin ha tutto da gua­da­gnare dall’uscita di scena dei colossi ita­liani e spa­gnoli, anche se ciò non gli garan­tirà di sedersi al tavolo delle trat­ta­tive con il governo cen­trale, nuovi appal­ta­tori stra­nieri sono die­tro l’angolo per tuf­farsi nel primo spi­ra­glio che il governo aprirà. Le pro­spet­tive di Guindy devono però fare i conti con una metro­poli come quella de Il Cairo che di giorno anno­vera 25 mln di abi­tanti e dove gli slam sono inte­ra­mente abban­do­nati a loro stessi, con cumuli di spaz­za­tura che inon­dano let­te­ral­mente le strade

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È pro­prio lì che nasce la sfida del sin­da­cato: ripor­tare la pre­senza dello Stato anche attra­verso infra­strut­ture basi­che come afferma lo stesso Guindy: «La puli­zia è un dovere di pub­blica uti­lità, e dovrebbe essere garan­tita come l’acqua cor­rente e l’elettricità, dovrebbe essere strut­tu­rato a livello cen­trale dal governo che dovrebbe pagare come un bene di pub­blica neces­sità». Spesso in Egitto la cor­ru­zione delle ammi­ni­stra­zioni cen­trali e locali costi­tui­sce il primo osta­colo pro­prio alla rea­liz­za­zione dei pro­getti di pub­blica uti­lità di cui parla Guindy. La legge sugli inve­sti­menti del novem­bre del 2013 del nuovo governo di Al Sisi pur­troppo non va in tale dire­zione, per­ché impe­di­sce a terze parti di denun­ciare qual­siasi con­tratto viziato da palesi atti di cor­ru­zione. Il reci­clag­gio è l’unica alter­na­tiva vera su cui il governo può vera­mente pun­tare per evi­tare che la spaz­za­tura diventi un pro­blema di salute pub­blica più di quanto non lo sia già, e inve­stire pesan­te­mente su pub­bli­cità pro­gresso che edu­chino e sen­si­bi­liz­zino mag­gior­mente il cittadino.

Il sin­da­cato si occupa anche del lavoro mino­rile che, come afferma Guindy «è una delle prio­rità, seb­bene molti padri vogliono che i figli lavo­rino con loro per­ché non pos­sono per­met­tersi di impie­gare mano­do­pera fuori dal nucleo fami­liare. Pur­troppo le fami­glie sono molto nume­rose e devono sop­pe­rire ai biso­gni essen­ziali. Negli ultimi anni sono state aperte due scuole nel quar­tiere, prima erano troppo distanti per poterle fre­quen­tare«. Per Guindy «Il 60% dei bam­bini segue le lezioni dopo il lavoro», stime troppo otti­mi­sti­che se si con­si­dera che la scuola maschile anno­vera solo 193 stu­denti. È pur vero che il lavoro mino­rile rap­pre­senta un pro­blema nazio­nale e non solo degli spaz­zini, una cala­mità a cui lo Stato non sem­bra in grado di far fronte se si con­si­dera l’ingente mole di bam­bini di strada, circa 1,5 mln, facil­mente sog­getti a sfrut­ta­mento (stime Uni­cef: http://​www​.uni​cef​.org/​i​n​f​o​b​y​c​o​u​n​t​r​y​/​e​g​y​p​t​_​s​t​a ​t​i​s​t​i​c​s​.​h​tml).

Negli ultimi anni sono state aperte due scuole nel quar­tiere, prima erano troppo distanti per poterle fre­quen­tare. La scuola Taswir adotta il metodo Mon­tes­sori. La diret­trice, Leyla Zagha­lul, spiega come è nata: «È stata fon­data nel 2000 con il sup­porto dell’Unesco attra­verso il CID (Inter­na­tio­nal Coun­cil for Dance). La nostra scuola non ha un’organizzazione vera e pro­pria, ci sono 193 alunni dai 9 ai 18 anni, è aperta dalle 9 del mat­tino alle 9 di sera. L’alunno viene quando ter­mina di lavo­rare, non ha un ora­rio pre­ciso, è libero di fre­quen­tare tutti i giorni o solo una volta a set­ti­mana. Quando arriva c’è una scheda con i suoi docu­menti e i com­piti da svol­gere, ovvia­mente con­ti­nua dal punto in cui aveva ter­mi­nato». Si inse­gna l’alfabeto attra­verso il suono delle vocali e attra­verso quello che può essere scritto sui car­toni e sulla pla­stica che i bam­bini rac­col­gono in modo che sap­piano che cosa stanno maneg­giando durante il lavoro. Si inse­gnano parole che «si tro­vano» fuori dal quar­tiere, come rivo­lu­zione o parole legate agli eventi che acca­dono nel paese come quelle delle scritte sui muri dei graf­fiti de Il Cairo. Con­ti­nua Zagha­lul: «La scuola è for­nita di una mappa che include tutti i quar­tieri della città per inse­gnare agli alunni il nome delle strade e dei negozi più impor­tanti per­ché costi­tui­scono punti di rife­ri­mento per ini­ziare a lavo­rare». La topo­no­ma­stica serve soprat­tutto a far capire ai bam­bini che un quar­tiere non è costi­tuito solo dalle 4–5 strade in cui lavo­rano, ma è molto più grande.

La dot­to­ressa Zagha­lul descrive le moda­lità dell’insegnamento: «Ven­gono fatti ese­guire eser­cizi di mate­ma­tica attra­verso l’uso di imma­gini grandi per aiu­tare la com­pren­sione e ren­dere la mate­ria più intui­tiva. Impa­rare a con­tare è molto impor­tante per i bam­bini per capire il valore dei soldi quando devono pren­derli per conto dei geni­tori. Siamo una scuola diversa da quella sta­tale, ma gli obiet­tivi ven­gono rag­giunti: il ragazzo impara a leg­gere e scri­vere, a riem­pire moduli ammi­ni­stra­tivi e ad avere un’infarinatura di cul­tura gene­rale». C’è un pro­gramma che pre­vede l’aspetto manuale e pra­tico in cui viene inse­gnato pra­ti­ca­mente il lavoro. I bam­bini devono divi­dere per colore le bot­ti­glie di sham­poo, togliere le eti­chette, e inse­rirle nella mac­china tri­tu­ra­trice. La pla­stica viene com­ple­ta­mente smi­nuz­zata e riven­duta ad aziende esterne o del quar­tiere per 8 lire egi­ziane, men­tre i bam­bini le com­prano a 4 LE (circa 50 cent).

È un via­tico prag­ma­tico per inse­gnare il futuro lavoro a cui nes­sun bam­bino è esente. Nella scuola c’è una sala com­pu­ter, un tea­tro, gio­chi e colori. Zagha­lul rivela: «Inse­gniamo anche l’arte e a dise­gnare per­ché ser­vono allo svi­luppo com­pleto dell’individuo. Pur­troppo i bam­bini qui a nove anni sono già adulti, cer­chiamo di dare un senso diverso alla loro infan­zia rubata. Roman Alf, è nato nel quar­tiere e lavora come zib­be­lin da quando ne aveva 8 anni, come Anto­nio Albert, 24 anni, nato anche lui nel quar­tiere e ha ini­ziato a lavo­rare a 13 anni, lavora da 6 nella fab­brica di stam­pelle per abiti. Geo­gis Sabir, rimane sul vago, afferma solo di lavo­rare da circa un mese in una dei garage di rac­colta della pla­stica insieme a Roman.

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Ci sono anche ecce­zioni, come quella di Moha­med Saad, ormai ses­san­tenne che vive nel quar­tiere da 32 anni, ed è mec­ca­nico da 47 anni.

Aida Aeb inse­gna a rea­liz­zare tap­peti presso la scuola Madra­sat Al Benet, fa parte dell’associazione dell’Ambiente e dell’Inquinamento (Gama­haiyyat Al Biha wa Al Galawz), deli­nea le moda­lità di inse­gna­mento: «Le ragazze hanno dai 12 ai 14 anni e impa­rano la fila­tura dei tap­peti. È una scuola pra­tica che le con­durrà a tro­vare lavoro più facil­mente, anche per­ché molte del quar­tiere non fre­quen­tano una scuola pub­blica o la abban­do­nano da bam­bine. Insieme alla fila­tura inse­gniamo a leg­gere e scri­vere. Per incen­ti­vare la pre­senza delle allieve, i lavori che rea­liz­zano ven­gono ven­duti e le stu­den­tesse pren­dono quasi tutti i pro­venti». Le ragazze com­prano i tes­suti da rici­clare nel quar­tiere che poi divi­dono per colori, i fila­menti ven­gono ammas­sati in lungi fili e poi viene fatto il taglio del mate­riale. Con­ti­nua Aeb: «Dopo di che si inse­gna come cucire i tap­peti sia con il telaio che a mano. Il corso dura 3 mesi e gli orari vanno tutti i giorni dalle 8 del mat­tino alle 3 del pome­rig­gio. Due ore dedi­cate alla let­tura e alla scrit­tura, il resto alla pra­tica. Si va per step, all’inizio si cuciono solo tap­peti di un colore, poi quando si rag­giunge una certa manua­lità si fanno a due colori e suc­ces­si­va­mente a più tona­lità. Un altro passo è quello di dise­gnare figure e forme diverse nel tap­peto. Un’altra pos­si­bi­lità è quello di cucire borse». Aida Aeb spiega come la col­la­bo­ra­zione tra la scuola e le pra­ti­canti vada oltre la durata del corso: «Una volta ter­mi­nato l’apprendimento pro­po­niamo alle ragazze lavori su com­mis­sione che pos­sono por­tare a ter­mine a casa o presso le nostre strut­ture. Hanno la pos­si­bi­lità di com­prare il telaio pagando a rate men­sili. Le ragazze pos­sono pren­dere l’iniziativa anche da sole, por­tando a casa un quan­ti­ta­tivo di tes­suti grezzi da lavo­rare a casa secondo il pro­prio gusto, una volta ter­mi­nato por­tano i capi all’associazione la quale pen­serà alla ven­dita». Aeb ci tiene a pre­ci­sare che oltre ai tap­peti e alle borse si cuciono anche vestiti ed esi­stono col­la­bo­ra­zioni con l’Università Al Amr nel quar­tiere di Cairo Vec­chia e con l’estero dove ven­gono inviati esempi di lavori delle alunne suc­ces­si­va­mente com­mis­sio­nati attra­verso il com­mer­cio equo e soli­dale. Madam Saada, un’altra inse­gnante, pun­tua­lizza come i mate­riali tes­sili siano tutti rici­clati, com­prati diret­ta­mente dalle fab­bri­che di rici­clag­gio del quartiere.

Viola Amed, ha 14 anni e da tre anni fre­quenta la scuola per impa­rare il lavoro di tes­si­tura, insieme a lei c’è la sua amica Mar­tina Saed, 16 anni, che è iscritta solo da un anno, entrambe pre­fe­ri­scono appog­giarsi alle strut­ture sco­la­sti­che per l’attrezzatura «Per noi risulta più facile riu­scire a ven­dere i nostri capi», afferma Saed. Un’altra ala della scuola è dedi­cata al rici­clag­gio della carta che verrà usata per fare deco­ra­zioni e lam­pade. Sabah è una gio­vane pra­ti­cante: «Pren­diamo la carta usata dalle scuole di Saba­ra­hat, la tri­tu­riamo e la met­tiamo den­tro la mac­china amal­ga­ma­trice, l’impasto che ne esce viene steso sulla pres­sa­trice che le appiat­ti­sce fino a farla diven­tare sot­tile come fogli di gior­nale. Quest’ultimi ven­gono lasciati in acqua nitrata, dopo di che i fogli vengno messi ad asciu­gare appesi a dei fili. Da un impa­sto se ne rica­vano circa 15 fogli che ven­gono sepa­rati da stracci e messi sul legno un giorno intero per far uscire com­ple­ta­mente l’acqua resi­dua». Un altro team munito di colla e di pazienza si dedica a ricavare-costruire i pro­dotti che ver­ranno desti­nati alla ven­dita: sot­to­bic­chieri, orna­menti, lam­pade … In maniera diversa le due scuole danno una pos­si­bi­lità di futuro ai bam­bini di un quar­tiere che viene deni­grato dal resto dei cai­roti, gli zib­be­lin sono visti di maloc­chio dagli abi­tanti della città de Il Cairo che li reputa di un livello sociale e intel­let­tivo infe­riori. Que­sto è un pro­blema non solo dello Stato, ma di una cul­tura che divide net­ta­mente la società in classi che è dif­fi­cile da estirpare.

Vai a Alias del 20 giugno 2015

 

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