I rifugiati come portatori di sviluppo

Rotte dei rifugiati
Ciao, inoltro un interessante, almeno a mio giudizio, punto di vista alternativo alle opinioni che girano nelle nostre città, sul tema movimento dei profughi e rifugiati.
In fondo al testo ci sono un paio di grafici che illustrano flussi e numeri,
a presto,
Roberto

Rotte dei rifugiati

Considerare il tema dei rifugiati come una questione di sviluppo

Dal Prof Alexander Betts Centro Studi per i rifugiati, l’Università di Oxford

L’Europa sta affrontando un afflusso massiccio di profughi da fuori dei suoi confini per la prima volta nella sua storia, poichè le persone fuggono persecuzioni e conflitti in paesi come la Siria e l’Iraq. E i suoi politici stanno impegnandosi per trovare una risposta coerente.

A livello europeo, la  politica di asilo e di immigrazione comune dell’UE è stata allungata al punto di rottura. Mentre i politici e i media hanno impropriamente caratterizzato questa come la “crisi dei migrant”, la stragrande maggioranza delle persone, in realtà, sono provenienti da paesi che producono rifugiati.

L’Europa ha una storia gloriosa di protezione dei rifugiati – ha creato il regime dei rifugiati moderno subito dopo l’Olocausto. Questa tradizione è ora in pericolo.

L’Europa ha bisogno di fornire l’asilo, ma ha anche bisogno di vedere una prospettiva globale.

Solo una piccola parte  dei 20 milioni di rifugiati di tutto il mondo vengono in Europa: il 95% si fermano nei paesi più prossimi alle zone di conflitto e di crisi, soprattutto nelle regioni in via di sviluppo. Circa 3,5 milioni di siriani sono in Turchia, Libano e Giordania. Più di 500.000 somali sono in Kenya. Più di due milioni di afghani sono in Pakistan e in Iran.

Si tratta in definitiva che una parte significativa della soluzione deve essere trovata in queste regioni.

Le risposte convenzionali si concentrano sulla fornitura di assistenza umanitaria. Ma questo non è sufficiente.

I paesi ospitanti come il Libano, la Giordania, Kenya e Thailandia sono ormai sopraffatti dal fenomeno e le loro frontiere iniziano a chiudersi. I rifugiati sono spesso lasciati in condizione di dipendenza, “immagazzinati” in campi rifugiati e senza il diritto al lavoro per molti anni. Data questa situazione, molte persone vogliono uscire da questa situazione e spostarsi altrove.

La vera sfida non è come fermiamo le persone che vengono in Europa; è come creare modelli globali innovativi e sostenibili di assistenza ai rifugiati.

Un approccio è quello di ripensare ai rifugiati come una questione di sviluppo piuttosto che semplicemente una questione umanitaria. I rifugiati hanno abilità, talenti e aspirazioni. Se ben strutturati, approcci per i rifugiati basati sullo sviluppo  hanno il potenziale di fornire opportunità “win-win” per i rifugiati, per i paesi ospitanti, e donatori, fino a quando i rifugiati non saranno in grado di tornare a casa.

Nella nostra recente ricerca in Uganda, abbiamo mostrato come i rifugiati possono contribuire economicamente agli Stati ospitanti. A differenza di molti altri paesi della regione, l’Uganda ha adottato la cosiddetta “strategia di fiducia in se stessi”, permettendo ai profughi il diritto di lavorare e un significativa libertà di movimento. Nelle aree urbane e negli insediamenti, i rifugiati si impegnano in una vasta gamma di attività imprenditoriali.

A Kampala, per esempio, il 21% dei rifugiati ha avviato la gestione di imprese che impiegano altre persone. Lungi dall’essere dipendente dagli aiuti, il 96% delle famiglie di rifugiati hanno una fonte di reddito indipendente. Questo dimostra che, con le giuste politiche, i rifugiati possono e aiutare se stessi e contribuire al benessere delle società che li ospitano.

Storicamente, ci sono esempi di come l’Europa ha sostenuto approcci basati allo sviluppo nell’assistenza ai rifugiati. Un esempio viene dal trascurato Centro America, dove, alla fine della Guerra Fredda, centinaia di migliaia di persone sono state sfollate.

La comunità internazionale ha adottato un’iniziativa nota come CIREFCA, che tra il 1987 e il 1995 ha creato opportunità di autosufficienza per i rifugiati in tutta la regione. La premessa è che attraverso l’assistenza allo sviluppo mirata, si potrebbero creare opportunità per entrambe le comunità, sia le ospitanti che le popolazioni sfollate.

La salute, l’istruzione, le infrastrutture e vari progetti sono stati finanziati principalmente dalla Comunità Europea in tutta la regione. In totale, circa  500.000 di dollari  sono stati spesi per 72 progetti di sviluppo in sette paesi.

IL Messico, con un numero significativo di rifugiati guatemaltechi, ha riconosciuto che aveva aree di terreno sviluppato utilizzato. Con i fondi europei per i progetti agricoli, il governo messicano ha accettato di fornire opportunità di autonomia e di integrazione locale per i rifugiati guatemaltechi. Il risultato è stato che i rifugiati sono stati in grado di contribuire allo sviluppo agricolo della penisola dello Yucatan in modi che sono ben documentati.

Situato a soli 15 minuti di auto dalla ormai famosa Zaatari Campo profughi in Giordania, che ospita 83.000 rifugiati, è situata “l’are di sviluppo Re Hussein” . E ‘stata destinata al sostegno delle attività produttive giordane ma attualmente manca però il lavoro e gli investimenti esteri.

Se i rifugiati Zaatari avessero accesso alle opportunità di lavoro all’interno di tali spazi, insieme a cittadini residenti, potrebbe offrire una chance per sostenere la strategia di sviluppo nazionale della Giordania, e nello stesso tempo aiutare l’avvio del processo di incubazione per l’economia siriana post conflitto. L’Europa potrebbe contribuire, attraverso l’aiuto allo sviluppo, con i sostegno di concessioni commerciali, e investimenti rivolti all’interno.

Anche se non può offrire solo politiche di accoglienza di emergenza, l’UE ha bisogno di una politica globale per i rifugiati. La risposta deve includere una migliore cooperazione all’interno dell’Unione europea tra i 28 Stati che porti ad una  condivisione di responsabilità europea.

Deve avere capacità di includere, articolandola a livello pubblico perché dovremmo essere ingrado di accogliere noi direttamente i rifugiati e questo in termini di etica, diritto, benefici economici e culturali, e l’importanza simbolica della reciprocità.

La situazione richiede inoltre un piano di aiuto,  attivato in modo sostenibile, per i rifugiati anche in altre parti del mondo.

Prof Alexander Betts è  direttore del Centro Studi per i rifugiati all’Università di Oxford, e autore di Migrazione di sopravvivenza: fallimento della governance e crisi dei profughi.

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map showing migration routes
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